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Cos’è la resilienza? spiegata da Elvezio Galanti

31 Luglio 2016

Riproponiamo un intervista di Elvezio Galanti che siega cos’è la resilianza in Protezione Civile

Dott. Galanti quando lei parla del significato profondo del concetto di protezione civile insiste sempre e molto sul concetto di resilienza e sulla necessità di investire nella formazione dei volontari per migliorare la “resilienza”. Può spiegarci cos’è? 
Il problema è che questo concetto esiste nella pratica, ma nella realtà non è sviluppato da un punto di vista teorico. Finora è stato sviluppato su altri ambiti, ad esempio i materiali e la psicologia. Ma se lo portiamo, diciamo, nel campo della filiera della protezione civile, e per filiera intendo rischio accettabile e sussidiarietà, non c’è. Mi spiego: la sussidiarietà è un principio che ormai impregna tutto il sistema di protezione civile, e la legge 225/92 coincide con la direttiva di Maastricht del 1992 dove si introduce il principio di sussidiarietà tra Unione Europea e Stati membri. Quando nell’articolo due della legge 225 si dice che gli interventi devono essere di tipo A, B, C di fatto non si fa altro che riprendere, con parole più “grossolane” ma il senso è quello, il principio di sussidiarietà, ovvero a) il sindaco non ce la fa, b) si chiede l’aiuto alla provincia o alla regione c) si chiede aiuto allo stato per la dichiarazione dello stato di emergenza. Questa filiera che già si trova nella legge non è però sviluppata. Ma l’esigenza è quella. Ancora di più, nel 2001 cambia la Costituzione Italiana relativamente alle autonomie locali, e si introduce per la prima volta il principio di sussidiarietà nella nostra Costituzione e si stabilisce che la materia di protezione civile è concorrente, cioè non è più materia esclusiva dello stato centrale.

Questo cosa implica?
Essendo concorrente, implica che il concetto di sussidiarietà riferito all’attività di protezione civile si rafforza perché equivale a dire che “i cittadini devono prepararsi sul serio” sul territorio.

In che modo?
La parola sussidiarietà deriva dal latino subsidium, ovvero designava l’ordine militare dei triari, cioè delle truppe di rinforzo (le subsidiariae cohortes ndr.). Ma le truppe dell’esercito romano erano composte in prima fila dai cittadini romani, con la lancia, a fare la testuggine. A difendere per primi la città erano quindi i romani e, solamente dietro vi erano i subsidi, i liberti, le popolazioni conquistate che portavano aiuto. Trasportando questo antico concetto militare romano nella direttiva di Maastricht del ’92 e in quella che è l’attività della protezione civile, ciò vuol dire che i cittadini di un comune, prendiamo ad esempio Bonporto (un comune vicino Modena, ndr) devono essere in prima fila a difendersi dagli eventi o convivere con essi, sulla base del principio di sussidiarietà, con aiuti dalla provincia, dalla Regione e in casi più gravi anche dallo Stato.

Quindi prepararsi sul serio a difendere come cittadini il proprio territorio ma sapendo di poter contare sull’aiuto di altri. E’ questa la resilienza? 
La resilienza è il concetto immediatamente successivo alla sussidiarietà. Vi faccio due esempi storici di resilienza. Il primo sono i bombardamenti dei nazisti su Londra, una delle cose più terribili della seconda guerra mondiale. Ci sono dei filmati su Rai Storia che raccontano quello che hanno fatto i londinesi durante i bombardamenti: i cittadini sono andati tutti nella metropolitana, non hanno abbandonato la città, hanno mandato i bimbi fuori, e hanno resistito nella città, il re e la regina non si sono allontanati da Buckingham Palace, sono rimasti sul posto. E questo nessuno se lo aspettava. Allora, una prima definizione potrebbe essere la popolazione che rimane. Ma la domande da farsi sono altre: perché si resiste? Perché non si va via? Perché non abbandoniamo? Qui c’è il primo problema per la resilienza che io lego alle radici e all’identità.

per leggere tutta l’intervista clicca qui

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